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Nella realtà economica moderna gli interessi dei consumatori e degli utenti sono quotidianamente messi a confronto con l’attività di produzione e distribuzione di massa. Da questa relazione possono scaturire lesioni di una generalità, potenzialmente anche molto elevata, di cittadini.

Non è difficile immaginare, solo a titolo esemplificativo, la divulgazione di campagne pubblicitarie o la diffusione di informazioni non veritiere presso il pubblico dei consumatori, la commercializzazione di un prodotto pericoloso per la salute pubblica (o anche solo difettoso),  il ricorso a pratiche commerciali lesive di una moltitudine di aderenti, l’applicazione di intese o comportamenti anticoncorrenziali tali da nuocere alla corretta formazione del prezzo e quindi alla lealtà del mercato.

In tutte queste situazioni il singolo danneggiato si trova nella difficoltà di ricorrere al processo individuale, trattandosi di uno strumento per la maggior parte inadeguato, anche a causa della cronica inefficienza del sistema giudiziario.

Insomma, è la stessa osservazione della realtà a dimostrare che le avanzate economie di mercato si caratterizzano, oltre che per l’asimmetria “economico-informativa” (il consumatore dispone generalmente di minori risorse ed informazioni rispetto alla sua controparte professionale), anche per una asimmetria che potremmo dire “processuale”, rappresentata dal divario tra l’utilità della tutela individuale rispetto al costo che il consumatore affronta nel momento in cui decide di intraprendere un processo.

La spesa per rivolgersi ad un legale, la complessità della controversia per il giudice (non sempre adeguatamente preparato a decidere le liti di consumo), la durata stessa del giudizio, sono fattori di rischio che ricadono interamente sul consumatore e che diventano ingiustificati ogniqualvolta si controverte per danni di modesta entità.

La conseguenza di tale scenario si concreta in un atteggiamento fortemente remissivo da parte del singolo danneggiato il quale rinuncia, generalmente, all’azione. In questo “lasciar perdere” risiede il più appariscente vulnus nella concreta tutela del consumatore che ricade, più in generale, sull’efficienza stessa del mercato. Ed infatti, a fronte di danni di massa di scarso valore individuale, si realizza un considerevole arricchimento per chi realizza le condotte lesive, ogniqualvolta questo soggetto riesce a sottrarsi agli obblighi risarcitori.

È da queste premesse che discende l’esigenza di introdurre strumenti di tutela collettiva che consentano di azionare, in un unico processo, le difese di interessi riconducibili ad una indefinita generalità di soggetti, annullando l’asimmetria tra i diritti riconosciuti in astratto dall’ordinamento positivo e la loro concreta realizzazione nel processo, così da elevare il grado di tutela “vivente” nel quotidiano dei consumatori, anche in virtù della funzione di deterrenza che la minaccia dell’iniziativa collettiva è in grado di esercitare nel dissuadere i comportamenti delle imprese scorrette.

Il rimedio delle azioni collettive di fronte ai cosiddetti "mass torts" nasce nel diritto anglosassone e si sviluppa negli ordinamenti di common law per mezzo delle class-actions, azioni che consentono di tutelare nel medesimo giudizio una molteplicità di situazioni soggettive tra loro omogenee. Si tratta di un modello che non appartiene alla tradizione giuridica dei sistemi continentali europei e che, anzi, è sempre risultato difficilmente prospettabile al di fuori della prassi giudiziaria americana, ma che fa oggi parte del Codice del consumo grazie al nuovo  art. 140-bis.

 
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